Letture nell’erba/1 Il coraggio del barbagianni

In libertà l’ho incontrato una sola volta, dodici anni fa. Ero a Scascoli, minuscolo borgo del Preappennino bolognese, alla ricerca di materiali essenziali per la redazione della mia tesi di laurea: borre di barbagianni. Le borre sono pallottole di pelo e ossa delle prede divorate dal rapace, rigettate dopo i pasti, e sono utili per campionare le comunità dei piccoli mammiferi e per ottenere importati informazioni ambientali. Suscitavo una certa curiosità (e ilarità a dire il vero) nei non addetti ai lavori quando raccontavo delle mie peregrinazioni tra le colline, alla ricerca di casolari abbandonati o poco sfruttati, che l’uccello frequenta per la nidificazione e il riposo diurno.

illustrazione di Mick Manning e Brita Granström

Ma quel giorno le mie fatiche vennero ripagate da un incontro magico. Nei pressi di un fienile, vidi un barbagianni spiccare il volo e allontanarsi verso il bosco. Me lo ricordo come fosse ieri. Elegante e leggero, era inconfondibile nel suo piumaggio bianco. Sembrava un fantasma disturbato nell’ora del sonnellino. Non so se fosse maschio o femmina, so che la compagna o il compagno era di sicuro nei dintorni, perché le coppie rimangono unite per tutta la vita.

Purtroppo questo rapace è in forte declino e una delle ragioni è la diminuzione dei siti riproduttivi, provocata dalla ristrutturazione degli edifici rurali. Fortunatamente alcuni di loro scelgono anfratti naturali per mettere su famiglia, come accade in Fly, Chick, Fly!, scritto da Jeanne Willis e illustrato da Tony Ross, per Andersen Press.

Mamma barbagianni depone tre uova nella cavità di una quercia e le cova per trenta giorni e trenta notti, mentre papà barbagianni va a caccia e si preoccupa di nutrirla. Quando le uova si schiudono, la coppia si prende amorevolmente cura dei tre pulcini, che crescono forti e sani. I primi due imparano a volare e a badare a se stessi, e volano verso nuove avventure.


Nella quercia rimane l’ultima pulcina. Non è per nulla intenzionata a lasciare il nido, nonostante gli incoraggiamenti dei genitori. Teme di essere catturata da un corvo, o bagnata dalla pioggia, o colpita da un treno. E si domanda che fine abbiano fatto la sorella e il fratello.

“Fly, little chick, just try!”  la spronano mamma e papà.

“You belong in the sky”.

Finalmente la piccola allenta la presa che la trattiene all’albero e si invola nella neve.
(Quanto mi ricorda il mio barbagianni!)

La sorella ha trovato casa nel vecchio olmo, il fratello nella graziosa betulla, e lei?
Lei sceglie il bosco e un faggio dai rami possenti, e nell’ultima pagina ci mostra una lieta sorpresa…

Fly, Chick, Fly! accompagna le mie giornate all’aperto insieme ai bambini delle scuole, e inaugura la rubrica Letture nell’erba. Senza dubbio è una delle storie più richieste, quando ci concediamo un momento di relax nel bosco.
La paura di non farcela, di non essere all’altezza, di correre un rischio è una sensazione che proviamo fin da piccoli e che può determinare ansia e smarrimento. Ma come la giovane protagonista deve ineluttabilmente confrontarsi con la vastità del cielo, il bambino non può prescindere dal relazionarsi con la terra, l’acqua e con tutti gli elementi naturali. E proprio nella natura (e dalla natura) i bambini apprendono, hanno la possibilità di sperimentare e di misurarsi con i propri limiti. Sviluppano creatività, curiosità e coraggio, guadagnando autostima e autonomia.
Noi adulti, genitori o educatori, in un contesto dove l’inatteso non può essere ignorato, rappresentiamo il loro punto di riferimento. Dobbiamo riconoscere e valorizzare i loro interessi, avere fiducia nelle loro capacità, lasciarli superare da soli ostacoli e imprevisti e soprattutto dar loro il tempo di immergersi nella natura.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. S’impara sempre qualcosa di nuovo, leggendo i tuoi post! Ti immagino lì a guardar il barbagianni …

    1. fracasa ha detto:

      Grazie Alessandra! I rapaci notturni sono creature magnetiche… una delle tante ragioni per cui adoro Skellig!

  2. Alessia ha detto:

    Cara Francesca,
    amo moltissimo questo uccello, che è entrato a far parte di diritto nei ricordi più vividi della mia infanzia. Ti racconto la storia.
    Abitavo in un condominio a tre piani, in periferia di Modena, e un giorno un barbagianni è entrato nel nostro solaio da una piccola finestrella del sottotetto. Devi sapere che andare in solaio era per me e il mio inseparabile amico Francesco del terzo piano, una vera avventura perché era un luogo buio, misterioso, labirintico…(anche se a ripensarci oggi erano solo tre corridoi). La luce era a tempo e nell’aria c’era quel tipico odore di pavimenti in cemento, pentoloni per la conserva di pomodori e polvere. Quel giorno l’avventura era più pericolosa del solito perché avevo da poco visto al cinema E.T e se in un primo momento avevo amato quello strano essere, poi ne avevo provato un terrore folle. Così il pupazzetto con il collo allungabile che mia madre mi aveva regalato, era finito nel posto più remoto del mondo: il solaio. Da lì ero sicura non sarebbe mai più uscito per sbucare di notte dall’armadio della mia camera. L’avventura era dunque diventata andare in solaio, aprire la porta, vedere E.T e fuggire. Ci voleva del coraggio con la luce a tempo e la porta del solaio chiusa con il lucchetto. Quel giorno quando aprimmo la porta e ci trovammo davanti gli occhi giganteschi e luminosi del Barbagianni per poco non svenimmo. Credo di aver sceso tutte le rampe di scale in pochi secondi con il cuore che batteva all’impazzata. Raccontammo tutto ai nostri genitori increduli all’idea che E.T avesse trovato casa proprio nel nostro solaio. Alla fine ci fu una spedizione e fu scoperto questo magnifico rapace. Restò nel nostro solaio per una settimana e a turno io e Francesco gli portavamo da mangiare. Poi un giorno non lo abbiamo più trovato.

    1. fracasa ha detto:

      Alessia è una grande emozione leggerti. Un’esperienza del genere rimane indelebile, e che avventura per due bambini! E.T aveva sicuramente scelto il vostro solaio come posatoio per riposarsi durante il giorno, trovando pure cibo senza sforzo. Il tuo racconto mi fa proprio venire in mente Skellig di David Almond…
      Il barbagianni è una creatura magnifica. L’aspetto singolare e l’abitudine di frequentare gli edifici lo rendono così misterioso, quasi magico. Non so come ringraziarti per aver condiviso questi ricordi.
      Ti abbraccio, grazie di cuore!

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